Rocco Cusa – Ottobre 2018
Sono nato nel 1961 in una città provinciale.
Sono cresciuto nell’illusione che il mondo potesse diventare migliore.
Nel 1989, quando cadde il Muro, questa si fece ottimismo, ma solo per rendere più cocente la delusione successiva. Finita in rabbia e poi in ribellione.
Il primo aprile del 2012 ero nel mio studio di fotografo, con il computer che scaricava la diretta della manifestazione napoletana da un sito libero che girava su un server norvegese. L’audio non era particolarmente fedele, e quando si sentirono gli spari pensai a dei mortaretti. D’altra parte Grillo e i suoi amici erano dei veri showmen. Non si riusciva a capire se la gente lo seguisse per ridere nel pianto o per piangere ridendo. Quando la bomba esplose, la telecamera fu investita dall’urto un attimo dopo aver registrato la fiammata. E non sembrava affatto un corto circuito.
Tre giorni dopo i funerali di 27 poveri ragazzi, lasciai le mie memorie digitali in custodia a Lucia e uscii di casa cantando una vecchia canzone dei Queen, “I want to break free”, tanto rivoluzionaria che ormai nessuno se ne ricordava più. Mi ero stufato di vivere una vita di menzogne, di paura, della paura creata raccontandomi storie che da decine di migliaia di anni gli uomini conoscono. E avevo nausea per i finanzieri, i banchieri e tutti i maledetti colletti bianchi che ci avevano reso poveri, più poveri dei nonni dei nostri nonni. Presi a calci la paura dei manganelli, delle pistole, e mi ripresi la mia libertà.
Occupammo il famoso teatro della città per fondare una città libera, che chiamammo la Comune Liberata. Ci sentivamo tanti piccoli Robespierre. Ma fuori non c’era nessun Napoleone e anzi arrivarono a massacrarci di botte. Una settimana dopo c’era la prima dell’Opera e noi eravamo solo degli straccioni.
Ne uscii ferito e scassato, insieme a 123 miei compagni della Comune, per finire in ospedale e poi in cella.
Trovai le patrie galere strapiene di prigionieri che identificai subito come “politici”, gente con nessuna colpa tranne quella di essere al posto sbagliato o di pensare e dire cose ritenute dannose. Una quantità di extracomunitari, colpevoli di voler vivere in un posto migliore, giornalisti, scrittori, evasori fiscali, un numero crescente di downshifter , di dimostranti sindacali.
Il 27 luglio del 2012 alle 22,30 ero in cella.
Stavo dormendo già da un’ora quando Abdul mi svegliò.
Lo chiamavo così solo io, quel povero ragazzo. Era arrivato dall’Egitto in un gommone nel 2010. Naufragato, si era aggrappato ad una tonnara volante per tutta una notte e poi finalmente dei pescatori l’avevano tirato fuori dall’acqua e rifocillato con un litro di latte, tanto per ridargli la vita. Il comandante arabo gli disse che ne avevano salvati tanti come lui, che se non fosse stato per i pescatori del Canale, sarebbero morti tutti. <<I maltesi e gl’italiani quando vi vedono girano la testa dall’altra parte. E a Roma c’è il Papa>> rideva, come se fosse la più grossa barzelletta del mondo. La cosa strana era che lui comandava un peschereccio italiano, registrato in Italia e portava il pesce a Mazara del Vallo, ma i marinai erano tutti arabi. Era come alla caduta dell’Impero Romano. Di romano non c’era più niente. Anche adesso in Italia d’italiani non ce n’erano più, a parte i pensionati.
Povero ragazzo. Si consolava dicendo che almeno in galera gli davano da mangiare e anche da vestire. Ogni tanto piangeva.
Abdul mi scosse con energia per farmi svegliare. Era agitato come se ci fosse stato un’incendio. Mi disse proprio così infatti, solo che indicava fuori dalla finestra. Urlò anche <<Fine del mondo, sicuro!>> e continuava a mormorare preghiere musulmane. La prospettiva di finire arrostito come in un forno crematorio mi fece balzare il vecchio cuore in petto.
Andai alla finestra e tra le sbarre vidi qualcosa d’inconcepibile. Tutto il cielo, da est a ovest verso nord, era coperto da un’immensa tenda di luce variopinta, cangiante dal cremisi all’avorio, al giallo al violetto, che ondeggiava a caso come mossa da una volontà divina.
Ebbi una paura immensa. Non avevo mai visto una cosa del genere, e il cervello si mise all’opera per razionalizzarla. Un’esplosione nucleare no, perchè quelle fanno il fungo, il botto e poi non staremmo qui a guardarla. Un’esperimento di quei bastardi della Darpa neppure, non saremmo stati ancora vivi. Mi dissi che poteva anche avere ragione Abdul, ma noi occidentali avevamo la televisione. L’accesi, per vedere solo scariche elettriche. Pensai che un nucleo di downshifter fosse riuscito alla fine a far fuori i ripetitori Rai e Mediaset. Mi attaccai al cellulare e chiamai Lucia. Niente, non c’era campo. Pensai ad un Golpe. Ma in quel caso avrei sentito sirene, lampi, agitazione anche all’interno del carcere. E invece eravamo tutti attaccati alle finestre, compresi i secondini, e quelli che non avevano finestre a nord raccontavano agli altri, dall’altra parte del corridoio, quello che vedevano. Mi ricordai del giornale di un paio di giorni prima. Si temevano tempeste magnetiche per i flare da macchia solare, osservati in concentrazione eccezionale sul sole, al massimo dell’attività.
La spiegazione razionale non chiuse le orecchie agli ululati dei prigionieri che credettero di vedere il segno inequivocabile dell’arrivo di Gesù Apocalittico, non chiuse gli occhi alle lacrime e ai lamenti di Adbul, quasi sdraiato sul tappetino rivolto alla Mecca. Sentii crescere tra le mura della prigione le parole del Pater Noster. Un mormorio che crebbe d’intensità, diventò percepibile trasformandosi in un coro cantato, urlato e infine pianto. Anch’io cominciai a pregare e a perdonare, perchè come dice la preghiera soltanto perdonando potremo avere l’assoluzione da Colui che tutto ha creato. Quella preghiera aveva più verità che trent’anni di notizie al telegiornale.
Ecco, mi dissi, mi dovevano chiudere in cella per vedere, di notte, la mano di Dio sul mondo.
Decisi che dovevo far qualcosa, oltre che il fotografo mezzo morto di fame e il vecchio rivoluzionario con la pancia. Non sapevo cosa avrei dato per avere la mia Canon stretta in mano, ma non ce l’avevo e non potevo farci niente. Sudavo per l’emozione. Qualcosa dovevo pur fare.
Presi un vecchio giornale da un angolo della cella, afferrai una penna dal cassetto del tavolo e cominciai a scrivere sui bordi non stampati. Siccome non avevo la macchina fotografica, scrivevo. L’indomani e il giorno dopo chiesi della carta, delle penne. La settimana successiva Lucia mi portò il mio notebook, col permesso della Direzione.
Sei mesi più tardi uscii dal carcere portandomi dietro le mie memorie, che risistemai e misi in Rete col titolo “Le mie prigioni – duecento anni dopo”, in un sito di editoria on demand. Non era originale, ma efficace. Gli feci un po’ di promozione in rete tra i miei colleghi downshifter e dopo sei mesi mi scrisse un editore francese. Voleva pubblicarlo.
Un anno dopo era già stato tradotto in inglese, spagnolo e portoghese e i miei problemi economici si attenuarono. Nell’Italia “ufficiale”, quella “per bene” e “seria” ero sconosciuto oppure considerato un eversivo terrorista. In Rete, o almeno in una parte di essa, ero un patriota. Di quale patria nessuno avrebbe saputo dire. Il blog cominciò a girare al ritmo di 250 visite al giorno. Cominciai a pensare che mi sarebbe finita come Grillo.
Mi rimisero dentro, con la scusa di un’evasione fiscale. Ma gl’inglesi cominciarono a fare pressioni e dovettero ridarmi la libertà. Fecero una perquisizione nello studio e trovarono delle foto di una ragazzina per un book da modella. Mi diedero del pedofilo. Una tragedia familiare in piena regola. “Lo zio Rocco pedofilo! Lo sapevamo che quello era strano! Con la scusa dell’arte inseguiva le ragazzine!”. Mi tennero lontani i bambini di tutta la ganga nelle riunioni natalizie. Qualcuno mi pregò di non farmi vedere più. Ed anche quella fu una liberazione. Lucia fu di grande appoggio. Ogni volta che tiravano fuori la cosa gridava come una pazza. Da allora ebbi i telefoni e il computer controllati da un paio di ragazzini in divisa. Quando scoprimmo la cosa Lucia andò in bestia, ma poi ci si abituò. Scoprimmo che a quei ragazzi avevano detto ch’ero un mostro, ma ben presto dovettero ricredersi e confessare che ero molto più innocuo delle loro madri. Ogni volta che ero al telefono li salutavo, invitandoli per un drink. D’estate, col caldo che faceva, venivano a rifugiarsi nel fresco condizionato dello studio.
Fu più o meno in quel periodo che mio nipote Jk cominciò a frequentare lo studio.
Jk è figlio di mia sorella Alessandra. Lei non ha mai creduto alla storia della pedofilia, soprattutto perchè conosce Lucia, e sa benissimo che con un disturbato mentale di quella sorta lei non si metterebbe mai. Lucia è il tipo da fare la fame accanto ad un’artista, uno spirito libero anche un po’ francescano, ma porco no.
Alessandra era contenta che JK venisse a trovarmi. Pensava che fosse affascinato dall’arte fotografica perchè così diceva Jk. Ma era una bugia per tenere buona sua madre e fare incazzare il padre, che vedeva l’arte e la libertà come fumo negli occhi.
Mentre io lavoravo, lui mi faceva un sacco di domande, e poi scorreva la mia libreria. Ogni tanto ne prendeva uno e se lo leggeva, così, in silenzio, ascoltando la musica dello studio, col sottofondo delle poche parole che ci scambiavamo con Lucia.
Quando ne parlavo con Lucia lo soprannominavo “Il carciofo”. Era poco più alto di me, che a malapena arrivo a uno e settantacinque, ma della sua altezza non sapeva cosa farsene e il suo corpo dove metterlo. Un fiore spinato, velocemente cresciuto, con gli aculei più duri del granito, come alcuni neuroni. In attesa di essere ammorbidito dai bollori degli ormoni, scarnito dai coltelli della vita. Non sapeva decidersi: barba rada e lunga poi baffetti e pizzetto; senza pizzetto; basettoni; senza basettoni; capelli impomatati, poi lisci, poi ondulati; cappellino. Per il compleanno della madre decise di farle un regalo. Andò dal barbiere e gli chiese di trasformarlo in un bravo ragazzo, uno col futuro brillante. La madre ne fu estasiata. Poi si accorse che da quel giorno le ragazze lo guardavano in modo diverso, ed insistente. Ne rimase stupito, ma non ne approfittò.
Nel 2015 si iscrisse in Facoltà di Fisica.
Avevamo discusso di quella scelta, che sembrò tanto straordinaria ai suoi genitori. Suo padre, di pura razza gallese e laureato in economia a Colchester, faceva il ragioniere; sua madre laureata in lettere e filosofia insegnava alle scuole medie, lui disse che forse se studiava fisica astronomica un posto da meccanico glielo facevano trovare. Rideva.
Quell’ironia mi riempiva di silenziosa speranza. A noi del ’61 ci hanno preso per il naso per trent’anni, ma loro, quelli della fine del secolo, non sarebbe stato facile abbindolarli.
Si fermava da noi e si metteva a studiare chino su un banchetto, uno che utilizzavamo per un vecchio scanner. Studiava per lo più solo. Ogni tanto si portava dietro qualche collega di genere maschile. Gli piaceva l’ambiente un po’ ovattato, in cui di solito gravava un modesto silenzio affogato di musica ambient a basso volume. Credo che gli piacesse avere sempre un uditorio attento alle sue sparate fisico-matematico-filosofico-religiose, un miscuglio tenuto insieme da fili così sottili da farci alzare spallucce persino a noi, che di certo non eravamo nuovi a simili elucubrazioni. E attingeva senza soste alla libreria.
Nell’ottobre del 2018 iniziava il suo terzo anno di Fisica. Aveva superato con buoni risultati gli esami estivi, ma non aveva ancora finito di chiedersi se quella fosse la strada giusta. Mi guardava, forse nella speranza che sapessi dargli una risposta. Continuava a parlare della differenza tra la Fisica Teorica e la Tecnologia, forse per esorcizzare l’unica possibilità di procurarsi da vivere con quegli studi. Conoscevo bene il problema visto che avevo passato i precedenti vent’anni a chiedermelo anch’io, con un mestiere che faceva dell’arte l’anticamera della fame, e della registrazione del “momento felice” un business da guitto d’avanspettacolo.
Alla fine di ottobre, le novità su Don Quixote coincisero con quelle di JK. Un martedì arrivò allo studio presto, nel pomeriggio. Noi eravamo a fare un sopralluogo per il matrimonio di un cliente l’indomani. Lasciò un biglietto sotto la porta. Rientrando in studio, leggemmo poche lettere affastellate:
<<Big nvità. Psso vnir dmni con collg? risp via sms>>
Già quella mania di scrivere i biglietti come gli sms mi faceva andare in bestia. Commentai con Lucia che Jk era capace di considerare grossa la novità di un ascensore guasto, ma quella storia del collega mi spiazzò. Non riuscivo a capire perchè lo chiedesse quando era solito portarseli senza chiedere nulla. Lucia lesse il biglietto e mi disse guardandomi: <<E’ una donna>>
<<Ma chi?>>
<<Lei>>
Non capivo.
<<Ma dài, Rocco, la collega>>. Le brillavano gli occhi. Certamente pensava che finalmente cominciavano le storie di donne, le storie di cuore, quello che lei pensava mancassero a Jk per uscire allo scoperto come uomo, come essere vivente, per prendere il balzo nella vita e tutta la sequela di cose che dicono le donne in questi casi.
<<Ah>> dissi<<speriamo che non si mettano a pomiciare nella vecchia camera oscura!>>.
<<E che ci sarebbe di male, poi … un po’ di sesso allo studio, come ai bei vecchi tempi>> disse Lucia socchiudendo gli occhi, sorniona.
<<Ma è un ragazzino!>>
<<Ragazzino? Io direi che è un bel vitellozzo, bell’e pronto per fargli la festa. E poi si vede lontano un miglio che ha la dose di ormoni della famiglia. Timido lo è, ma si farà>>.
Feci l’incazzato e risposi <<Va bè, però evitiamo la casa d’appuntamenti>>.
<<Ma che razza di vecchio baciapile che sei diventato: ..>> disse, imitando la voce stridula di un isterico sagrestano attaccato al pulpito <<Una sveltina va bene, ma che non diventi un’abitudine, mi raccomando! Che razza d’ipocrita! Rischi di essere patetico.>>
Sospirai.
<<Touchè. Però le chiavi non gliele do, va bene?>> conclusi, aprendo la porta dello studio.
Quando l’indomani alle 14,30 suonò al campanello entrando nello studio, Lucia lo accolse presentandosi a Rosalia, “La Collega”, come l’apostrofò subito con voce mielosa. La novità non era male: Rosalia era davvero una bellezza e Lucia se la squadrò a tuttotondo. Poco meno alta di Jk, aveva due gambe lunghe ma ben tornite, la schiena dritta e il mento leggermente proteso in avanti. Lineamenti molto simmetrici, un naso piccolo e deciso e due grandi occhi verde smeraldo attenuati dall’atteggiamento difensivo. Il loro disegno era accentuato dalle sopracciglia più perfette che abbia mai visto, con una curva singolare, di ampiezza metafisica. E sensuale. Da fotografo potevo dirlo: quello sguardo sarebbe diventato presto quello di una tigre. Era bella, molto più di quanto lo sia oggi e di come la maggior parte della gente la conosce attraverso la televisione. Uno sguardo profondo e diretto, franco. Con qualcosa ancora dell’attesa ingenua.
Ovviamente sulle faccende umane era scafata in un modo che Jk nemmeno se lo sognava.
Lucia predispose la sua trappola, la solita. Aspettò che si fosse messa a suo agio, almeno quanto è possibile trovandosi in un acquario diverso dal proprio. Fece accomodare i ragazzi e aspettò una ventina di minuti. Poi girandosi di scatto per raccogliere una cosa dalla scrivania fece finta di inciampare e lanciò un’imprecazione da portuale: <<ma vaffanculo, porco caz..!>>. Metteva in scena quella orrenda e falsa pantomima perchè era convinta che una ragazza che trasalisse scandalizzata non avesse le palle, e che quindi non fosse adatta a JK.
Rosalia rise silenziosamente, leggera e forse divertita più dall’età della vittima dell’incidente che dal turpiloquio. Le chiese se si fosse fatta male. Lucia si girò e sorridendo dichiarò che non era nulla, solo che io avevo spostato la scrivania e lei non ci aveva ancora fatto l’abitudine. Insomma, come al solito, la colpa era mia. Altra tecnica di solidarietà femminile.
Rosalia mi guardò interrogativamente, senza nascondere la domanda che le stava attraversando il cervello: “ma questi due stanno davvero insieme?”.
Si rimisero a studiare. E continuarono nei giorni successivi. E poi ancora per settimane. Ma segni di coinvolgimento emotivo nessuno, da nessuno dei due. Lucia si preoccupò fino a quando colse uno sguardo di Jk fisso sulle natiche di Rosalia una volta che lei si chinò a prendere un foglio di carta appallottolato e gettato in mezzo allo studio. Mi lanciò un’occhiata eloquente: “… allora ci vede!”.
Jk mi chiese di procurargli una lavagna, ma io rifiutai.
<<Questo è uno studio fotografico, la polvere non è ammessa>>
Jk mi guardò deluso.
<<Ma si può fare diversamente>> dissi.
Tirai fuori un grande pannello, 180 centimetri per 150, con due grosse mollettoni nella parte superiore. Poi un rotolo di carta riciclata, di bassa qualità e basso costo. E due pennarelli.
Era la soluzione che avevo adottato quando facevo corsi di software per la fotografia digitale. Bando alla polvere, e la carta poteva essere riciclata quante volte si voleva. Jk e Rosalia ne furono entusiasti. Dicevano che aveva il vantaggio che le cose si potevano conservare, con la conseguenza che nel giro di qualche settimana l’angolo accanto al loro tavolo era assediato da una decina di rotoli alti un metro e mezzo, ordinati per argomenti e data di redazione.
I ragazzi ormai studiavano insieme da un mese e Lucia non poté più resistere:
<<Jk … senti … volevo sapere, ma Rosalia ce l’ha il ragazzo, no?>>
<<No, credo di no>> fece lui, dubbioso.
<<Ah>> esclamò Lucia sorpresa.
<<Non ne so molto, ha accennato qualcosa a proposito di una storia finita, ma sai, credo che gli faccia ancora male, e poi non voglio rovinare tutto, studiamo molto bene insieme>> disse lui cercando di sviare l’argomento, dandosi anche un’aria da persona di mondo ridicola fino alle lacrime <<.. e quindi>> continuò << preferirei non sollevare vespai>>.
<<Eh, si>> fece Lucia <<Ma tu …>>
Jk alzò lo sguardo al soffitto, ci penso un po’ su e poi disse che non avrebbe saputo dire con esattezza, certo Rosalia era una bellissima ragazza (Lucia poi mi avrebbe detto che avrebbe preferito sentirsi dire che era una bella figa), intelligentissima e di ottima cultura (e anche lì avrebbe preferito che Jk dicesse che aveva un bel paio di gambe etc.), e gli pareva che studiando con lei le sue capacità di apprendimento ne fossero acuite (e anche qui Lucia avrebbe preferito che gli effetti fossero più consistenti). Insomma Jk disse che quel lato della faccenda non sapeva proprio come sarebbe andato. E poi non era sicuro che lui le piacesse. Io ovviamente sentivo tutto e cercai di mandarle un messaggio mentale per chiuderla lì. Lucia per fortuna si volse a guardarmi e lasciò cadere la cosa.
Da quel giorno, ogni volta che lasciavamo soli gli studentelli per qualche commissione o per un sopralluogo, cominciò un’orrenda commedia di telefonate in studio annunciando un ritardo di qualche minuto con la scusa di una cosa al bar, o di una merenda pomeridiana. O per sapere se avesse chiamato qualcuno. Un sistema per avvisare del nostro arrivo ed evitare così di trovarli con le mutande in mano.
Ridicolo.
A metà dicembre, pensavo che la cosa sarebbe continuata così a lungo, ma sbagliavo. D’altra parte un evento come Don Quixote doveva per forza accelerare il cambiamento molto più di quanto la globalizzazione avesse fatto negli ultimi cinque anni.
Dopo il primo mese di grande subbuglio, i governi del mondo cercavano di tenere sotto controllo la paura da meteorite, amplificando la fiducia nella tecnologia e sottostimando nei toni le probabilità d’impatto e le loro conseguenze. In un mondo da sette miliardi di esseri umani, solo la speranza di una vita lunga e agiata poteva tenere buone le masse dei diseredati che ammontavano a più del 55% della popolazione. L’effetto dimostrazione della classe oligarchica al potere raggiunse il suo massimo. I telegiornali italiani erano da molto tempo la grancassa dei giornali scandalistici, diventandone le stabili anteprime. La notizia del giorno poteva essere il nuovo yacht da tre milioni di euro di un qualunque sfaccendato, oppure la nuova scappatella del finanziere da strapazzo. Le notizie su Don Quixote, opportunamente edulcorate, passavano un istante prima dei servizi sulla Nasa e sul programma Destroy Don Quixote in preparazione. Si ostentava sicurezza. Nel frattempo 5 milioni di badanti extraeuropee rivoltolavano nel letto di consunzione altrettanti ultra ottuagenari, resi inconsapevoli dall’Alzaimher galoppante; incassavano lo stipendio inviandone un terzo all’estero. I figli dei loro datori di lavoro, sempre più poveri, continuavano a dissanguarsi con tasse, balzelli e contributi sociali, in un circolo vizioso di trasferimenti finanziari in cui la produzione di valore era ormai una chimera senza senso. Ancora e ancora si discuteva di produttività e di incremento del Pil. Chi dovesse incrementare il Pil in Italia non era spiegato. Su 47 milioni di abitanti, con il 38% di pensionati e il 20% di servitori degli stessi, a parte gli studenti restava un gruppo esiguo di disponibili per il lavoro. Di questi, il 33% era dipendente pubblico. Rimaneva un piccolo nucleo, circa 8 milioni di lavoratori, che doveva produrre valore e denaro per tutti quanti. Nessuno diffondeva questi conti, eppure erano facili facili, alla portata di tutti quelli che avessero cinque minuti, un pezzo di carta e una matita. Questi 8 milioni di persone disponibili a lavorare reclamavano a gran voce un’occupazione produttiva. Erano anche disposti a sacrificarsi per l’intera comunità. Nonostante ciò il lavoro fuggiva all’estero. La logica della globalizzazione era inesorabile. Cosicchè il 14% di questi 8 milioni restava disoccupato. Chi quindi avrebbe dovuto aumentare il Pil? E perchè? Un numero crescente di lavoratori decideva di abbandonare la speranza di un lavoro dignitoso e giustamente retribuito per ritirarsi in campagna. Con cinquecento metri quadri di orto e qualche lavoretto saltuario si riusciva a sbarcare il lunario senza pagare tasse.
La comunità scientifica era invece concentrata al massimo su Don Quixote, illudendosi di aver ampia libertà (democratica) di ricerca.
Per tenere buoni tutti gli anziani cervelli della classe professorale mediamente settantacinquenne, all’allora Ministro della Pubblica Istruzione, tal Angelino Rotaliano, politico palermitano di lunghissimo corso, venne in mente la classica operazione di facciata. Indisse il Concorso Nazionale “Salva la Terra”, da svolgersi in tutte le facoltà tecnico scientifiche italiane. Il Concorso permetteva lo stanziamento di sei milioni di euro per la sua organizzazione, e di questi ben quattro alla società di PR di un suo amico romano, che la settimana successiva fu fotografato in discoteca con un’amica svizzera, gran bella ragazza, impegnata a slacciargli la cintura dei pantaloni, complice l’oscurità. La maggioranza degli aventi diritto al voto, pensionati d’annata, certificò con invidia che fosse un gran furbone, un dritto. Uno che della vita aveva capito tutto.
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