BUD – Breakdown U-Man Device

Capitolo Terzo – Tuffo

Giugno 2018

L’aria condizionata nel suo ufficio non riusciva a tener testa al calore dei server che macinavano dati. John si era pentito ben presto della decisione di rinchiudersi tra quei due muri di plexiglass, con vista panoramica sulle attività del Risk Center. Aveva barattato la speranza di un po’ di pace accettando di ospitare nella sua stanza i server dell’intero ufficio. Adesso che i server erano diventati sette,  il condizionatore non riusciva neppure  a stabilire una temperatura da inizio estate. Il telefono continuava a squillare in continuazione e il browser di posta a riempirsi di richieste di dati aggiornati, esattamente come prima. Non aveva guadagnato la pace e ci aveva rimesso la temperatura.
Si consolò guardando fuori dalla finestra. Era più o meno quello che era successo a tutto il pianeta. Nella corsa al benessere e alle comodità, non avevano ottenuto null’altro che un aumento della temperatura e casini di tutti i generi.
Lo squillo del cellulare lo distrasse. Il display mostrava “Jenny”.
<<Ciao Jenny, come va?>> disse schiacciando il pulsante.
Il ronzio dei server si fece più forte.
<<No, aspetto una chiamata dal Pentagono, figurati. Voi preparatevi, appena posso mollo tutto e arrivo>> disse John, mentre la finestra del browser si apriva per mostrare una nuova serie di messaggi.
<<Si, ho mangiato un panino col formaggio. Li ha fatti Emily per tutto l’ufficio, sai, con i suoi formaggi francesi, per me sono tutti finti, magari li fanno, … che ne so, in Minnesota. Se lo sapesse la dogana ci arresterebbe tutti.>>
Il monitor mostrava che sulla cartella “The SEAL ..” c’era un  nuovo messaggio, evidenziato in rosso. “Oh, no, Non anche Lui” pensò John mentre ascoltava il racconto dei pasticci che suo figlio Sam aveva combinato sul prato, “peggio delle cavallette…”.
Cliccò col mouse sul messaggio, aprendolo. Questo era il terzo messaggio che riceveva su quella cartella, e i primi due erano stati l’inizio di un cambiamento radicale della sua vita.
Il primo era stato accolto con una solitaria ovazione, un anno prima.
Il secondo dalle occhiate invidiose di due nuovi colleghi, sei mesi fa, e adesso l’intero staff, ben nove giovanissimi astrofisici, indicavano a gesti il suo monitor da dietro la parete di plexiglass. John allargò il braccio libero dal telefonino, mentre Jenny gli ripeteva che al suo rientro avrebbe dovuto sgridare Sam perché con il fango in giardino stava proprio esagerando. Accennò anche a un <<ma non puoi chiudere l’acqu …>>, ma Jenny era impietosa.
“Insomma” pensò John “nella mia vita è del tutto chiaro che il fango di Sam viene prima del Presidente degli Stati Uniti.”

Due ore dopo un grosso Chinook della Marina lo prelevò dal giardino di casa, e lui ascese in un turbine di foglie secche guardando l’espressione estatica di Sam col naso schiacciato contro il vetro della finestra della cucina, accanto alla mamma. Salutava con la manina. Aveva appena compiuto quattro anni, e doveva avere la certezza che il suo magro papino era un uomo molto importante se mandavano un uccellaccio di ferro così grosso a prelevarlo direttamente in giardino. La signora Emerson, dalla casa accanto, avrebbe fatto il diavolo a quattro al suo ritorno. Le doppie pale dovevano aver generato qualcosa di simile al vento dell’inferno sul suo roseto.
Mentre si sistemava le pesanti cuffie, ascoltò il pilota informarlo sul piano di volo. Sarebbero saliti fino a seicento piedi e poi dritti verso la Base Aerea di XXXX, dove lo aspettava un executive della Marina per portarlo a Washington DC.
“E poi?” si chiese John. Ma sapeva la risposta. Il comandante dell’elicottero non poteva neanche immaginare che razza di pasticcio fosse diventata la sua vita. Ormai si sentiva in tutto e per tutto una via di mezzo tra un pacco postale e uno snocciolatore automatico di indici sintetici di rischio, mentre Don Quixote, un sasso lontano più di tre unità astronomiche stava a crogiolarsi alla luce del sole, quella che lui vedeva  sempre meno.
Alla Base la calma sembrava regnare sovrana. L’elicottero si posò a nemmeno quaranta metri dall’aereo, con la scaletta aperta e i motori accesi. Erano le due del pomeriggio e il vento del deserto doveva adesso esprimere tutti i suoi 43 gradi centigradi; i  peli dell’avambraccio destro erano diventati un termometro di precisione, dopo tre anni di deserto.
Caracollò sulla pista con le sue borse mentre una sergente da copertina lo accolse nella cabina refrigerata, con uno sbalzo termico di almeno ventidue gradi.
Boccheggiò mentre sentiva i vestiti congelare.
<<Mi chiamo Chantal, benvenuto a bordo dell’aereo personale dell’Ammiraglio Falk>> disse con voce rosata la sergente <<fà più fresco dentro vero? E’ la temperatura preferita dall’ammiraglio. Vuole qualcosa da bere?>>.
<<E l’ammiraglio?>> chiese John che vedeva solo vuote poltrone avvolgenti in velluto color crema.
<<Siamo soli io e lei, oltre al pilota, naturalmente>> rispose Chantal ammorbidendo leggermente lo sguardo <<lei dev’essere un personaggio ben importante per mandare quest’aereo qui così in fretta. Di che si occupa?>>
<<Di sassi nello spazio>>
<<Ah, lei è l’uomo di Don Quixote quindi>>
<<Già>>
<<E come va?>>
<<Lei pensa che se andasse bene sarei qui, su quest’aereo?>>
<<No, sarebbe a casa con … >> lo guardò con nuova intensità ed un’aria interrogativa,  spostando lo sguardo sulla mano sinistra di John. <<… con sua moglie?>> chiese, risolvendo d’istinto il problema.
<<Ecco, appunto>>
John si allacciò la cintura di sicurezza. Il jet stava già rullando sulla pista. In tre minuti erano già a duemila piedi, salendo in verticale. Quando il pilota abbassò un po’ il muso dell’aereo, comparve Chantal con due bicchieri di coca e ghiaccio.
<<Il volo durerà tre ore>> disse << vuole riposare un po’?>>
<<Ci sarebbe qualcosa da mangiare?>>
Chantal rispose che sarebbe andata a vedere.
Poco dopo John consumava un pasto caldo a base di spaghetti, mozzarella e formaggi italiani, con contorno d’insalata di pomodori.
Lui e Jenny si erano sposati cinque anni prima, e lei aveva abbandonato l’insegnamento al conservatorio per seguire i suoi spostamenti tra i vari istituti universitari. Poi era nato Sam e la loro vita era cambiata. John aveva dovuto accettare l’offerta di Direttore del Risk Center della Nasa, che dal nome sembrava una cosa seria sebbene allora fosse solo un bugigattolo con un paio di computer che non facevano altro che monitorare in automatico i dati sulle orbite di tremila oggetti, asteroidi e meteoriti, dispersi nello spazio nell’intorno del sistema solare. Dopo tre mesi capì che la sua paura di restare segregato per sempre in quel laboratorio era concreta. Nessuno mai, in quei tre mesi, gli chiese qualcosa o lo chiamò per qualche motivo. Il mondo si era dimenticato di lui.
E fu così per due lunghi anni. Era già entrato nella depressione da inutilità del lavoro con Jenny che cominciava a parlare di trasferirsi da qualche altra parte per uscire da quel tunnel quando un soleggiato mattino, sul tabulato dei tremila maledetti sassi, spuntò un numero da brivido: il Risk Indicator di Don Quixote era schizzato dal 3,2% al 76,5%.
Ci vollero tre giorni per controllare i calcoli.
Tutto corretto.
Segnalò la cosa al suo diretto superiore, Marshall Anderson, che evidentemente aveva altre gatte da pelare. Non gli rispose nemmeno.
Pensò che fosse meglio verificare i dati di base.
Per farlo in via non ufficiale e nel modo più veloce possibile doveva chiamare un suo vecchio collega, che adesso stava lavorando nel gruppo di ricerca di Hubble Generation, il nuovissimo e ultramoderno specchio astronomico orbitale.
Gli seccava non poco chiamare Mark Alvin. Era un suo compagno di corso, uno di quelli bravi, uno di quelli fortunati, che aveva persino le fisique du role.
Lavorare con L’Hubble Generation era il sogno di John. Anzi, era il sogno di ogni neolaureato in astrofisica. Il suo era stato infranto da Sam, e dai suoi azzurri occhioni. Ma ormai ci aveva messo una pietra sopra. O quasi.
Si decise a fare la telefonata.
Mark fu cordiale, pur non perdendo l’occasione di un paio di frecciatine sul “lago dell’eternità del risk center”,  o “quegli stupidi sassi uccisori di carriere”. John deglutì, ma due ore dopo gli arrivarono i dati.
Erano anche peggiori. Ricontrollò due volte i calcoli e verificò tutti i parametri. Richiamò Mark Alvin per fargli controllare i dati forniti.
Fu anche peggio della prima volta. <<Ti preoccupi che un sassetto ci cada sulla testa?>> gli chiese. Ma John ebbe quello che voleva: una risposta ufficiale.
E poi si decise.
Tanto valeva giocarsela, quell’inutile carriera.
Prese tutti i tabulati e bussò alla porta di Anderson, dopo quaranta chilometri di autostrada.
Gli fece fare dieci minuti di anticamera per accoglierlo col sorriso disteso e le spalle rilassate di chi si aspetta una lettera di dimissioni.
John tirò fuori il notebook e snocciolò i dati. Precisò che  i nuovi dati ufficiali dell’Hubble erano anche peggiori.
<<Bè, pare che abbiamo un problema>> disse Anderson, ma la sua espressione era dubbiosa. Stava valutando i pro e i contro. Mettersi a giocare con i sassi in quel momento non era un’idea geniale. Il Congresso aveva finalmente varato il primo serio finanziamento per la missione su Marte, dopo anni e anni di vacche magre, e non era proprio il caso di lanciarsi in chimere fantasiose. D’altra parte se c’era un rischio e lui non ne riferiva la sua poltrona traballava. Doveva essere sicuro.
<<Ok John, hai fatto un ottimo lavoro. Ho proprio un paio di colleghi che potrebbero darti una mano. Nel frattempo organizzo per una Priorità sull’osservatorio Palomar. Per adesso è tutto quello che posso darti. Però deve essere chiaro che prima che questa cosa circoli dobbiamo controllare. Niente prime donne sull’argomento “sassi nello spazio”. Per carità. Dobbiamo essere sicuri. Ti ricordo quello che è successo sei anni fa con quell’altro sassetto, com’è che si chiamava? Ah si, Apophis, con quel ragazzino che aveva ricalcolato l’orbita e fissato la data della fine del mondo. Un rebound di sfiducia pazzesco. I fondi si ridussero del trenta per cento in tre mesi. Insomma, cautela, Ok?>>
<<Tempi?>> chiese John.
<<Ci vediamo qui fra due mesi>>
<<Ok>>
Tre mesi dopo ricevette la prima mail sotto la cartella “The Seal of ..”

Guardò fuori dal finestrino, individuando uno degli innumerevoli laghetti d’acqua di mare dietro le grandi dune delle spiagge della Florida. Sassi e laghetti. Si ricordò di quando suo padre gli aveva insegnato a far saltellare quelli piatti sull’acqua. Faceva il meccanico alla Boeing, costruiva aerei. Ricordava come si  chinasse su di lui con il sasso in mano per spiegargli come fare.
<<Allora, John, è molto semplice in teoria. Vedi com’è piatto? E’ per questo che salta.>>
Lui faceva si con la testa.
<<Bene, allora guarda>>. Lo lanciava sull’acqua e quello rimbalzava più volte sollevando piccolissimi spruzzi e allargando una serie di cerchi lì dov’era rimbalzato. Bellissimo. E magico.
<<Anch’io>> diceva John.
<<Bene, allora devi capire come funziona. Il sasso deve essere veloce, più è veloce più va lontano. Però deve anche avere un’inclinazione verso l’alto, poco, così vedi? … per farlo occorre che giri su se stesso il più velocemente possibile. Se gira, ha l’inclinazione e va veloce, allora salterà un sacco di volte. Per fare queste cose devi usare braccio, polso e dita per prendere il sasso così. E provare e riprovare finche non ci riesci. Adesso lancia.>>
Prima prova e il sasso si caccia dritto in acqua.
Deve girare di più, gli dice suo padre Samuel.
Secondo lancio, gira di più, ma troppo lento. Flop nell’acqua.
Devi tirare più forte e metterlo col naso in su.
Terzo lancio, il sasso parte su e si ficca nell’acqua tre metri lontano.
No, no, devi metterti col braccio più vicino all’acqua, deve partire già basso sull’acqua se no affonda subito.
Quarto lancio, un salto.
Gioia, felicità.
Samuel lo abbraccia.
Quella sera, tornato a casa, aveva il gomito bloccato dal dolore, mentre la madre si lamentava col padre che era proprio un bambino pure lui, doveva dirgli di smetterla di lanciare sassi, che poi gli avrebbe fatto male al braccio. E lui rispondeva che tutti i più bravi lanciatori di baseball avevano imparato così, coi sassi che saltavano. Si, si il baseball, ma voi uomini non riuscite a pensare ad altro ?
Ma i sassi si stavano già trasformando nel primo sonno in navicelle spaziali che rimbalzavano su particolarità spazio temporali, cacciandosi in vorticose orbite di accelerazione e schizzando via all’esplorazione dello spazio. Accanto a lui Jenny stava … ma c’era troppo rumore e qualcosa nel motore iperspaziale non andava … Dormiva, nonostante la cintura di sicurezza e nonostante l’ansia.

Due ore più tardi stava entrando alla Casa Bianca, accompagnato da un Marine, dritto dritto nella Sala di Crisi. Il Marine spalancò la porta facendolo entrare in una stanza in penombra. Ci volle qualche istante perchè gli occhi di John si adattassero al nuovo ambiente, e le prime cose che  vide furono tante di quelle stellette e mostrine che gli sembra di entrare in un planetario affittato per il premio al miglior venditore della CocaCola Blak.
“Mio Dio” pensò “aiutami tu”.
Gl’indicarono una poltrona nera con braccioli, alla fine di un tavolo ad U immenso, illuminato da una moltitudine di led che allungandosi dal soffitto lasciavano in ombra i volti.
Accanto a lui una signora in tailleur aveva labbra sottili e ciglia finte. Alla sua sinistra quello che sembrava un pilota dei Marine, aveva lo sguardo fisso davanti a sé. Intorno al tavolo vorticavano una serie di assistenti che distribuivano documenti a questo o a quello e ascoltavano all’orecchio le parole dei generali.
Gli fu consegnato un gruppo di fogli col titolo “Top Secret – Manuale di Intervento alle Riunioni dell’Unità di Crisi per Consulenti Esterni”. Da quelle parti avevano proprio una manìa per le maiuscole. Conteneva sei righe di comportamento a cui attenersi (stare zitto e parlare solo se interrogato) e l’indicazione del bagno più vicino, e cosa fare se si ha sete o fame. Pensò a Jenny e a Sam. Avrebbero riso una settimana se avessero potuto vedere quei fogli.
Tirò fuori il suo notebook e cominciò ad aprire i file con gli highlights delle ricerche effettuate in quelle ultime settimane.
Ad un certo punto si fece improvvisamente silenzio, una porta in fondo alla sala si aprì ed entrò il Dott. Fosse, Segretario di Stato, che annunciò il Presidente.
Malcom Longwood, il presidente, aveva un bel faccione roseo, con due enormi sopracciglia. Aveva indosso una Lacoste giallo canarino e un braccialetto di cuoio al polso, che strideva con gli occhi burberi e l’enorme statura e diametro.
<< Buongiorno a tutti e benvenuti>> disse sedendosi in fondo alla sala.
Prese la parola Fosse dicendo che erano riuniti per valutare le implicazioni del Piano di Crisi Don Quixote già distribuito.
John fu preso dall’angoscia, lui non aveva ricevuto nulla.
Alzò la mano.
<<Che c’è?>> gli chiese Fosse facendosi vedere alla luce dei led.
<<Io non l’ho ricevuto>>
<<Chi è lei?>>
<<Mi chiamo John Asinthot>>
<<Dott. Asinthot>> disse il Dott. Fosse dopo aver sbirciato tra i suoi fogli << lei è stato invitato solo per rispondere ad alcune domande, non fa parte del Piano di Crisi. Va tutto bene. Si rilassi e si goda la riunione. Se avremo domande per lei, potrà rispondere.>>
La signora dalle labbra strette si girò verso di lui rizzandosi sulla schiena mentre il marine non lo degnò di uno sguardo.
John ritornò indietro ai primi giorni della scuola elementare, quando Miss Groover lo apostrofò di stare buono e calmo che lei aveva già insegnato a leggere e a scrivere a suo padre, e ce n’era voluto.
Si appoggiò allo schienale, spinse la poltrona un po’ indietro e accavallò le gambe.
“Labbrastrette” scostò la sua poltrona.
Fosse continuò.
<<Bene, signori. Qualcuno di voi ricorderà il vecchio Piano Asteroide e gli svariati film sull’argomento “Guastatori stellari” di una decina di anni fa. Bene, pare che stavolta ci siamo. Nel frattempo la tecnologia è andata avanti, abbiamo demolito un buon tre quarti del nostro arsenale nucleare e nel resto del mondo i casini non mancano. (Risatina generale). Il Risk Center della Nasa ci comunica che un sasso spaziale, lungo 19 chilometri e largo 15, che orbita ad una velocità di 14000 metri al secondo, ha improvvisamente modificato la sua orbita per cause sconosciute, ed è entrato in quella che chiamano una “finestra di rischio” per il nostro pianeta. Ha un nome che quando l’ho sentito la prima volta mi ha fatto incazzare … sembra un mafioso e non riesco nemmeno a pronunciarlo questo dannato messicano … c’è nessun messicano qui?   (risata generale) … Bene bene … Questo “Donqualcosa” dovrebbe avvicinarsi alla Terra nel dicembre del 2019, fra un anno e mezzo, accelerando, e dopo un giro rifiondarsi sul nostro pianeta, alla discreta velocità di 120.000 metri al secondo, impattandolo verso la fine del 2028. Oggi è il 26 giugno del 2018, quindi diciamo che abbiamo ancora una decina di anni da vivere, insieme a 6 miliardi di nostri simili. L’impatto sarebbe devastante, ogni forma di vita evoluta sulla Terra sarebbe destinata all’estinzione nel giro di tre o quattro anni al massimo dalla data dell’impatto. Abbiamo già formato un gruppo di studio sui suoi effetti, e stanno analizzando tutte le teorie fino ad ora formulate. Questa riunione è stata indetta con tre obiettivi: il primo è d’informazione. La notizia di Don Quixote è di dominio pubblico ma è necessario per noi accedere ad informazioni riservate e precise, aggiornate. E su questo ci stiamo organizzando. Il secondo scopo è programmatico. E’ ovvio che il passaggio dell’asteroide a fine 2019 è un’occasione formidabile per distruggerlo. I nostri analisti ci dicono che è estremamente improbabile che si abbia una seconda occasione, a motivo della velocità di ritorno dell’oggetto. Ma anche qui si ha una certa probabilità di sviluppi positivi. Il terzo scopo è rendere assolutamente chiaro che tutto ciò NON è certo. Questa mancanza di assoluta certezza in questo momento è cruciale, strategicamente decisiva. In pratica i nostri astronomi ci dicono che tutti questi eventi hanno probabilità di verificarsi, più o meno alta. Don Quixote si avvicinerà alla Terra nel 2019 ed entrerà nella finestra d’impatto larga circa seicento metri con una probabilità dell’85%. La cruna d’un ago nell’immensità dello spazio. Se entra, l’impatto è previsto con una probabilità del 46%.  Il fatto che ci siano delle incertezze deriva dalla nostra incapacità di prevedere con assoluta precisione il movimento di oggetti così piccoli, a così grande distanza nel tempo e nello spazio. Man mano che ne sapremo di più, o che verranno effettuati calcoli sempre più precisi, potremo valutare meglio la cosa. Gli scienziati dicono però di non farsi ingannare, i numeri che vi ho detto sono da loro interpretati come rischio elevatissimo. La mancanza di dimestichezza della gente con le probabilità ha ingenerato confusione nella comunicazione pubblica dell’evento, e questo, insieme al fatto che parliamo di dieci anni, sta giocando a favore nel mantener la calma. Fra quindici giorni nessuno penserà più ad “Don Qualcosa” e noi potremo lavorare tranquilli. Abbiamo da oggi un anno e mezzo per organizzare il rendez vous con l’asteroide. E’ una grande occasione per gli Stati Uniti di far vedere che siamo ancora, nonostante tutto, la nazione più avanzata e più potente del mondo. Nel frattempo, bisogna gestire i contatti con il pubblico secondo il consueto low profile, poche dichiarazioni; ostentare sicurezza; non c’è nessun  rischio elevato, stiamo studiando la cosa. Troverete nel file le indicazioni per il comportamento da tenere  con la stampa. In pratica, se vi dovesse capitare, basta dichiarare che il 46% di probabilità non è molto elevato, ma ci stiamo lavorando lo stesso, per prudenza.>>
John si sistemò sulla poltrona.
Il solito sistema, bugie su bugie. Adesso capiva perché l’avevano invitato. Un Marine gli consegnò il memorandum sulla comunicazione esterna. Un grosso paragrafo parlava del suo ufficio, il Risk Center, con precise specifiche di comunicazione. In pratica gli mettevano il bavaglio. John ci pensò per un paio di secondi, poi alzò la mano.
<<Che c’è>> la voce di Fosse si fece subito sentire, con accento seccato visto che l’attacco preventivo di poco prima non aveva sortito l’effetto desiderato.
<<Mi scusi, ma il senso di questa comunicazione è contrario alla realtà>>.
<<Vuole dire forse che è sbagliato?>>
<<No, anche perché non c’è nulla di controvertibile, sono solo indicazioni: fate questo, non fate quello. Il senso a cui mi riferivo è proprio il discorso della probabilità. Il 46% è già altissimo. Non perché lo sia il numero, ma perché implica che la cosa potrebbe peggiorare enormemente, ed è quello che farà.>>
Fosse aveva la possibilità di zittirlo subito, ma se ne assumeva il rischio se l’intervento aveva un senso prezioso per il progetto. Si aspettava la solita tirata dello scienziato che voleva fare la prima donna, ma si rassegnò.
<<Si spieghi meglio>> disse.
<<Quel 46%>> disse John << non significa che il “caso” più probabile è che l’asteroide abbandonerà la Terra e se ne andrà per i fatti suoi. Quel 46% indica che ad oggi, con i complicatissimi calcoli orbitali effettuati, calcoliamo che l’asteroide si troverà in un intorno che corrisponde ad un rischio di quel genere, il che implica che potrebbe essere minore ma che potrebbe, il 20 dicembre del 2028 essere il 99,3% il che vuol dire la certezza.>>
<<Ma allora perché voi scienziati non ci dite che ci colpirà e basta?>> rispose Fosse.
<<Perché sarebbe un falso. Io stesso ho condotto i calcoli, come altri miei colleghi, e questi dicono che colpirà la Terra il 21 dicembre 2028, alle ore 9,45 e 33” nel sud atlantico, anzi precisamente a trecento miglia a sud ovest dell’isola di Sant’Elena. Ma non posso dirglielo così: poi magari fra sei mesi una perturbazione solare o una fluttuazione quantica di un asteroide vicino o ancora la non perfetta considerazione della materia oscura interstellare cambia tutto. Ha mai sentito parlare della curvatura dello spazio tempo? Mica siamo a giocare a bocce nello spazio!>>
<<Cioè lei ci sta dicendo che con quello che spendiamo per mandare in orbita osservatori astronomici non abbiamo il beneficio dell’esattezza dei vostri calcoli!>>
<<I calcoli sono precisi in funzione dei dati iniziali, e della conoscenza che abbiamo del campo gravitazionale. Se lei vuole avere la certezza oggi deve darmi un calcolatore grande quanto l’universo e farlo calcolare dal big bang fino ad oggi, quattordici miliardi di anni, anzi fino al 20 dicembre del 2028>>
Fosse si girò verso il presidente, dicendo sottovoce, “questo è matto”.
Malcom sorrise. Era così raro che succedesse, che qualcuno fosse così privo di timore reverenziale da cominciare a parlare e a movimentare quel noiosissimo “so tutt’io e faccio tutto io” di Fosse.
<<Bè, io non  sono matto, almeno non quanto lei.>> sbottò John <<Chieda al prof Duncan se ho torto o ragione. Il fatto è che loro non spiegano mai niente, e voi fate finta di capire!>>
Fosse non aveva mai sentito nessuno parlargli così. Gli venne un sospetto.
<<Ah, ho capito, lei è un downshifter, ci mancava proprio questo>>
<<No, non lo sono>> disse sorridendo John << anche se ho molti amici tra di loro. Ma non è questo il punto. Una buona volta dovete capirlo che ..>>
Malcom lo bloccò, ne aveva avuto abbastanza: <<Senta Dott. .. (guardò i fogli davanti a lui) .. Asinthot, si calmi, si sieda. Se parlate per frasi fatte noi poveri mortali non comprendiamo nulla. Che ci vuol fare, qui ha davanti al massimo un gruppo di Ammiragli, che sanno esattamente dove va a finire il proiettile che viene sparato>>.
<<E’ proprio questo il punto: noi pensiamo che il proiettile, ben sparato, ovvero con la nota velocità, traiettoria e in determinate condizioni, DEVE raggiungere il bersaglio in quel preciso punto. La verità è che il proiettile ha una probabilità di raggiungerlo proprio lì dove vogliamo. Noi spariamo il colpo e quello va a finire a due centimetri. La nave avversaria affonda lo stesso, ma se dovessimo colpire un uovo sbaglieremmo. E non è che abbiamo sbagliato mira: abbiamo fatto il massimo ..>>
<<Certo un margine d’errore c’è …>> intervenne un ammiraglio.
<<Il margine d’errore, certo. Per i calcoli di Don Quixote di margine ce n’è parecchio. Ma ci sono anche molte cose che non conosciamo e che non sapremo fino a quando non passerà o ci colpirà. Lo so, è molto complesso, ma la meccanica quantistica c’insegna che … >>
<<Potremmo evitare le lezioni di fisica?, sa, qui non ce ne intendiamo … >> disse Malcom <<potrebbe essere meno specifico e farsi capire lo stesso?>>
<<Ci provo. Diciamo che più l’oggetto che interessa è sotto osservazione meglio lo conosciamo e più siamo precisi. Meno lo è e più quello può avere comportamenti “strani”. Per dirne una, meglio definiamo la sua velocità, meno precisi potremo essere con la sua posizione, potrebbe fare cose … strane.>>
<<Vediamo se ho capito. Lei vuole dire che lui è in rapporto con noi ..>> disse Fosse.
<<In un certo senso, molto matematico>>.
<<Ma lei è un mago o un fisico?>> sbottò a ridere Fosse. Poi si alzò in piedi e disse che la seduta era sciolta.

Mezz’ora dopo Malcom parlava al telefono con Anderson:
<<Ma chi c’hai messo al Risk Center? Ma ti rendi conto che è un downshifter?>>
<<E allora? Ormai il 67% dei fisici col Phd è un downshifter. Ma voi dove vivete?>>
<<Va bè, la prossima volta mandami qualcuno con cui si possa parlare e che non dia del matto al Segretario di Stato>>.
Anderson rideva. John gli era sempre stato simpatico. Ma adesso aveva dimostrato di avere pure del fegato. Il tizio giusto al posto giusto. Il Dott. Fosse si sarebbe dovuto accontentare.

John tornò a casa dopo un viaggio massacrante. A quanto pare tutti avevano fretta di portarlo alla Casa Bianca ma nessuno si preoccupava gran che di riportarlo indietro.
Arrivò stanco e depresso. Aveva la certezza che per lui fosse finita. Era pentito di non essersi giocato la carriera prima di Don Quixote, e adesso che lo attendevano giorni luminosi, lui faceva il saputello alla Casa Bianca. Tre anni bui al Risk Center e adesso il Dott. Fosse, quel matto incompetente, gli avrebbe fatto perdere il posto. Aveva sbagliato tutto nella vita.
Jenny lo andò a prendere alla fermata del bus. Sam lo accolse a braccia aperte raccontandogli sette volte quando lui era salito con l’elicottero, rigirando involontariamente il coltello nella piaga. Jenny lo guardava con un mezzo sorriso.
John sbrigò un po di posta elettronica, poi andarono tutti a dormire.
<<Allora? Com’è andata?>> chiese Jenny.
<<Un disastro. Sono sempre dei fessi pazzeschi. E io ho fatto l’idiozia di dare del matto a Fosse. Anderson farà il diavolo a quattro domani.>>
Jenny aveva gli occhi spalancati: <<A chi è che hai dato del matto? >>
John si passò la mano sui capelli spettinati, abbassando lo sguardo. Era quello il momento che Jenny gli avrebbe rinfacciato per tutta la vita. Ammesso che il loro matrimonio fosse durato. Ma si decise, tanto prima, tanto meglio, come diceva suo padre:
<<Al Segretario di Stato, il Dott. Fosse.>>
Jenny cominciò a ridere. Poi lo guardò, e continuò a ridere fino alle lacrime, mettendosi a sedere sul letto. Non riusciva a frenarsi.
John temette che fosse un riso isterico, ma abbozzò un sorriso, e chiese <<ma che c’è da ridere?>>.
<<John, sei l’uomo più incredibile che potesse capitarmi. Incredibile. Incredibile ed affascinante>>. Si avvicinò e baciandolo gli affondò la testa nel cuscino.
Alle prime luci dell’alba del giorno dopo John pensò svegliandosi che forse aveva perso la sua carriera, ma aveva trovato una moglie meravigliosa. Com’è strana la vita, a volte.

John arrivò al Risk Center in tensione: la reazione di Jenny era stata straordinaria, ma non aveva molta fiducia che gli altri potessero reagire in quel modo. Possibile che avesse fatto una cosa così divertente? “Qui c’è in gioco la carriera” pensava, “ma quale  carriera poi? Col telefono che squilla in continuazione e i giornalisti che vogliono “l’ultimo numero” e un commento in quindici secondi, che si può dire in quindici secondi? Abbandonate la nave?, sballottato in elicottero per metà degli Usa per assistere ad inutili riunioni di neohandertaliani col dito sul bottone “fine del mondo” e per giunta, adesso Anderson lo caccerà fuori a pedate. E ben venga allora, ne ha anche per lui”.
Confessò in cuor suo di non essere mai contento.
Quando entrò in ufficio c’era già l’uomo dell’FBI, di nome Frank e qualifica  “collegamento”. In effetti avevano trovato un centralinista. Rispondeva al telefono e deviava tutte le telefonate. A chi chiedeva notizie spediva l’ultima mail news del centro.
John organizzò una riunione per far capire l’andazzo della cosa a tutti i colleghi e poi si chiuse nel suo Forno da Server, la sua stanza.
Ebbe appena il tempo di mangiare una banana che Jenny gli aveva messo in borsa che squillò il telefono.
Alzò lo sguardo verso Frank, di là dal plexiglass, che mostrò il pollice in alto.
Ovviamente era il guaio che si aspettava dal giorno prima: Anderson.
<<Ciao John, come va?>>
<<Una bellezza grazie. Un viaggio di trentasei ore per una riunione di 45 minuti. Fermate il mondo voglio scendere, ma forse mi hai chiamato per farmi scendere tu.>>
<<Io? E perché?>>
<<Fosse>>
John sentì che rideva, ma come di una barzelletta già sentita.
<<Ma come … Qui allo Space Center sei già una Star! Ewin ha messo su un blog dal suo  MorePhone: Come dare del matto al Segretario di Stato e vivere felici.>>
<<Siete sempre dei grandissimi figli di p…>>
<<Ma no, sul serio! Vai su www.web.mac.com/fossemad/ e vedrai. Ma che è successo?>>
<<E’ successo che quelli non capiscono un tubo, pensano che sia un film o un videogioco>>.
<<Povero John, benvenuto nel mondo reale, che ti aspettavi?>>
<<Si, ma adesso?>>.
<<Ok, stai bene a sentirmi. Tu sei l’uomo giusto al posto giusto. Non possiamo far altro che applicare le loro direttive, quindi acqua in bocca, e tutto il resto. Noi qui stiamo partendo con l’analisi della missione spaziale e non abbiamo molto tempo, ma tutto ciò che puoi fare per noi è preziosissimo, come puoi immaginare. La macchina si sta muovendo e i soldi stanno arrivando. Fra poco avrai qualcosa come i primi sei osservatori astronomici, compreso HubbleGeneration, che ti invieranno una mole di dati. Fra due mesi avrai bisogno di personale. Stiamo pensando di spostare l’Ufficio Analisi Lunare, ch’è proprio attaccato a voi, da un’altra parte, per darvi spazio. Inoltre ci dobbiamo vedere per fare un po’ di programmazione. Martedì va bene?>>
<<Si certo, quando vuoi, ma scusa com’è che Fosse non mi vuole fuori?>>
<<Fosse è quel che è, ma il Capo non è lui>>
<<Ah, ho capito, però, non me lo aspettavo>>
<<Eh già, meno male che viviamo in tempi ben strani. A martedì allora. Ciao.>>

La settimana dopo Ewin non potè trattenersi da farne l’ospite d’onore in una riunione di downshifter della Nasa. Erano tutti astrofisici, qualche esperto di meccanica quantistica e di matematica dei sistemi complessi. Jenny ormai conosceva quasi tutte le moglie o fidanzate dei colleghi di John,  per Sam una gran bisboccia con i  numerosi figli di quella comunità.
I downshifter nel 2018 erano milioni. Già allora ricomprendevano, in modo vario, tutti coloro che in un modo o nell’altro, rifiutavano il consumismo o i suoi lati peggiori. I più accaniti diventavano vegetariani, coltivavano nei propri orticelli quanto più possibile del loro fabbisogno, non usavano l’auto e l’aria condizionata  e si muovevano in bicicletta. I meno ortodossi si limitavano a non sprecare energia, limitare il più possibile gli acquisti di qualunque cosa, eliminando la televisione. Tutti stavano in contatto attraverso il web.
Fecero una scorpacciata di cucina texmex, innaffiata da abbondante rum autoprodotto da Will e Ale, che avevano messo su una distilleria illegale con un alambicco del proibizionismo, un giocattolo d’antiquariato. Il Rum era pessimo, e quindi lo allungavano con tantissima acqua fresca, proveniente dal pozzo di Ewin, in mancanza di frigorifero.
John dovette raccontare cinque volte, ricominciando dall’inizio, tutta la sua avventura, interrompendosi spesso perchè gli facevano un sacco di domande su come gli era parso tizio, o caio, o il generale sempronio, tutta gente che affermavano essere presente alla riunione ma che John o non aveva visto, oppure non ci aveva fatto caso. Tutti, ad esclusione di Jenny, presero quella reticenza come “Argomento Top Secret” facendosi delle matte risate su quella mania della segretezza. Lei conosceva troppo bene il suo Johnny per non sapere che lui, semplicemente, non aveva nessuna cura nel registrare nomi e facce, che era negato per le pubbliche relazioni, con una   profonda allergia per tutto ciò che è “potere”.
Alla fine, quando tutti erano satolli e pieni d’”Eau de Rum” come la chiamava Ewin, l’argomento cadde su Don Quixote.
<<Realmente John, tu cosa ne pensi?>> chiese Anne, la moglie di Ewin.
<<Ragazzi, vi ho già detto che non ho segreti per voi, quindi per favore non pensate che non voglia parlarne. Semplicemente, ad oggi, ne sapete esattamente quanto me. 98% d’avvicinamento a fine 2018 e 46% d’impatto a fine 2028. Da domani avremo un sacco di dati da Hubble, che lavorerà per noi, analizzando anche lo spazio 10.000 km intorno ad Don Quixote, e forse ci arriverà anche qualche radar di profondità. Poi dovremo rifare i calcoli con Stanford tenendo conto della materia oscura in questo ramo della galassia, e forse col Mit che ci mette a disposizione un suo nuovo modello gravitazionale della zona, e vediamo cosa salta fuori. Ne riparliamo tra un mese.>>
<<Ok, capito. Ma tu e Jenny come la vedete la faccenda dell’impatto?>>
<<Vuoi sapere se abbiamo paura? Certo, un mese fa, quando mi balzarono i dati in mano la paura c’era. Per Sam più che altro. Io penso che mi divertirei a stare vicino al punto d’impatto per godermi lo spettacolo, non ho nessuna voglia di sopravvivere fino all’estinzione dell’umanità. Piuttosto io confido nei vostri mariti, che mandino qualche bel pilota lassù a farlo saltare in aria.>>
<< Ewin dice che non è così facile. Tutti questi anni persi dietro a missioni stupide, invece di far esperienza in esplorazione vera e propria. In teoria la tecnologia ci sarebbe, ma non abbastanza esperienza.>>
<<Lo so. E’ quel che temo anch’io. Ma confido nell’occasione che hanno i nostri cow boys del Pentagono per fare un bel botto interstellare. Finalmente hanno qualcosa con cui fare la guerra. A loro piace solo quello! >>

Tornati a casa Jenny volle vederci chiaro.
<<Che idea è questa di startene lì a vedere arrivare Don Quixote?>>
<<Ma niente, mi è venuto in mente mentre ero in aereo. Lo so, c’è Sam, che avrà quindici anni. Ma vuoi davvero morire di freddo e di fame, ammesso che si possa sopravvivere all’impatto? Lo sai che torneremmo indietro all’età della pietra. >>
<<Ma non credi che valga la pena sperare?>>
<<Sperare si, certo. Il problema è che se non lo facciamo saltare in aria al primo rendez vous, la faccenda diventa davvero seria. Forse ce la faremmo, in un modo o nell’altro. Ma io sento che ci vorrà un miracolo. E come sai, io non sono un angelo.>>